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“sono qui per stupirmi
delle nuvole, dei fiumi, dei monti
dove sento unità ed armonia”
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Ad osservare il monte Camicia da Campo Imperatore non si pensa certamente all’alpinismo,
con quei suoi dolci pendii erbosi, solcati solo qua e la da ghiaioni e timide fasce rocciose:
una cima molto più apprezzata da sciatori che da rocciatori.
Se con la mente ci si sforza di immaginare l’altro versante, si pensa ancora ad altri pascoli,
fitti boschi e dolci vallette. Poi quando si arriva su, sulla cresta chiamata della “balconate”,
si accorge che l’altro lato non c’è! Manca proprio, nel senso che tra essa e le dolci colline di
ulivi e vigneti non c’è che il vuoto. Oltre non si riesce a vedere per paura di cadere, appunto in
quel versante che non c’è. Ed è proprio qui che l’alpinismo appenninico ha vissuto, e vive,
alcune delle sue più belle storie.
Quei 1250mt di appicco del versante nord del Camicia sono stati ritenuti
insormontabili almeno fino al 1927 quando, Ernesto Sivitilli, Bruno Marsilli e Co.,
comunicano di aver appena superato la parete nord. In realtà salirono molto a destra,
per ripidi prati e roccette e su difficoltà modeste. La parete vera e propria rimaneva ancora li,
vergine, con quei suoi primi 700 metri quasi verticali di roccia malsicura, intervallata da ripide
cenge erbose, senza nessuna fessura evidente e logica da seguire fino ai successivi 500mt della parte
superiore, dove la roccia migliora e diviene meno ripida. Sette anni dopo, il 20 agosto, Bruno Marsilii e
Antonio Panza sono di nuovo al “fondo della Salsa”, ovvero il punto più basso della parete, anche se solo
per studiare una possibile “via” di salita con un binocolo.
Bisogna aspettare il 20 settembre successivo per l’attacco definitivo.
Quel giorno, dopo oltre 13 ore di scalata, e un temporale in parete, alle 17 e 20 si affacciano sulla
cresta sommatale, e osservano commossi campo Imperatore. Scendono giù, verso un gregge di pecore e un pastore.
Questo lo invita a passare la notte con lui, ma sentono freddo e preferiscono tornare a Castelli a piedi.
Esausti dormono sotto un masso. Il mattino dopo raccontano ai castellani la loro impresa ma non vengono creduti.
Due anni dopo costretti dalla necessità di confermare la loro impresa ripetono la salita
dell’”inespugnabile” parete nord del Camicia. Questa volta vengono creduti!
A 70 anni da quel 1934 “solo” altre 21 cordate hanno superato questa parete,
e quasi tutte per la medesima via. Una parete che, nel tempo, ha acquistato una fama
sempre maggiore di orco cattivo, di parete tetra e pericolosa, di Eiger dell’Appennino.
E questo nonostante siano successi pochissimi incidenti rispetto all’Eiger e sia, fino ad ora,
morta una sola persona: Peri Giorgio de Paolis.
Risolto il problema della “prima” estiva, mancava la salita nella cattiva stagione.
Il primo tentativo naufragò nell’inverno 1967 quando, ormai giunti a metà parete,
un improvviso rialzo termico costrinse Lino d’Angelo e Luigi Muzzii ad una improbabile e
massacrante ritirata tra slavine e cascate d’acqua.
Per il secondo tentativo bisogna attendere altri sette anni, il 24 dicembre 1974. Quel giorno erano in tre, Giorgio, Mimì Alessandri e Carlo Leone.
La prima giornata era andata senza intoppi. Era ormai notte e si preparavano il bivacco.
Poi qualcosa andò storto e Giorgio precipita nel buio. Il mattino seguente Leone si ferisce e Alessandri,
per salvarsi, si trova costretto a proseguire da solo nell’immensa parete, con la mente offuscata dalla tragedia.
Superate tutte le disavventure uscì dalla parete e andò a chiedere aiuto. Fu la prima salita invernale e fu anche
il primo salvataggio con l’uso di un elicottero sugli Appennini.
Negli anni successivi poche altre salite. Poi venne la prima solitaria estiva nel luglio 1982 ad
opera di Marco Florio, un giovane alpinista ascolano. Per qualcosa di “nuovo” bisogna aspettare il 1999
quando Roberto Iannilli e Ezio Bartolomei salgono finalmente per una nuova via l’ormai famigerata nord del Camicia.
La chiamano “Vacanze Romane”, un itinerario molto temuto e tuttora irripetuto (valutato eccezionalmente difficile).
Di recentissimo e innovativo c’è la prima salita solitaria invernale della parete effettuata nello
strabiliante tempo di sole 5h30’ ad opera dal giovane alpinista teramano Andrea di Donato.
Cristiano Iurisci
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